L’ottantasei per cento e due che aprono porte
di Oscar Dalvit · Pubblicato il 11 agosto 2026 · 3 min di lettura

Consolata e Paolo, entrambi torinesi, scoprono di parlare la stessa lingua: quella di chi regala relazioni prima di chiederle.
L’ottantasei per cento degli incontri dell’ultimo mese si è chiuso con quattro o cinque stelle. Questa è la cronaca di uno di quelli — e comincia con due persone che, prima ancora di stringersi la mano, sapevano già di non essere lì per vendersi qualcosa.
Consolata è designer e business strategist, sorda e — parola sua — multipotenziale, con trentacinque anni passati a cucire innovazione, inclusione e sostenibilità dentro le imprese, soprattutto nel turismo e nelle risorse umane. Si definisce «Restarter»: aiuta chi vuole reinventarsi. Paolo, dentro Il Sole 24 Ore, fa una cosa che riassume in tre parole: «creo connessioni». Costruisce ecosistemi che mettono in rete imprenditori, consulenti e professionisti su scala nazionale.
Si trovano in un tardo pomeriggio piemontese, un tavolino di legno chiaro, due caffè che nessuno dei due tocca davvero perché parlano troppo. C’è una diffidenza sana, all’inizio — quella di chi conosce fin troppo bene le stanze in cui ci si scambia biglietti da visita che finiranno in un cassetto. Poi Consolata dice la frase che disinnesca tutto: «Non ti cerco come cliente. Cerco un alleato.» E Paolo sorride, perché è esattamente il modo in cui ragiona anche lui.
Il rapporto MigaMATCH li aveva già letti bene, con quella che chiama «affinità astrale»: una sinergia da alleati consapevoli. Due Scorpione nati a due giorni di distanza, lo stesso istinto nel leggere il mercato, ma due passi diversi — lei fulminea, lui contemplativo. C’è qualcosa, nei loro tempi, che combacia: quando uno accelera, l’altro valida; quando uno esita, l’altro sa già come reagire.
Ed è qui che le due porte si aprono davvero, una di fronte all’altra. Consolata mette sul tavolo ciò che conosce a memoria: operatori turistici, strutture ricettive, realtà MICE che vogliono diventare più competitive senza rinunciare a essere etiche e accessibili, e responsabili HR di imprese che nelle persone vogliono investire sul serio. Nomi concreti, non un elenco astratto — il tipo di consulente e imprenditore da inserire in un flusso di referral come soggetto di valore.
Paolo, dall’altra parte, non risponde con un favore vago. Risponde con una scala: l’accesso alla community del Sole 24 Ore, imprenditori e decision maker del Nord Italia, e la visibilità di un brand nazionale addosso a chi, come Consolata, fa design strategico, inclusione, competitività etica. Lei porta il radicamento — undici regioni, una specializzazione che lui non ha; lui porta l’amplificatore. Non si sovrappongono, si incastrano.
«Tu testi il terreno, io consolido», dice a un certo punto uno dei due, e non è chiaro chi lo abbia detto per primo perché ormai la conversazione è a due voci sole. Si lasciano con un compito reciproco: lei prepara tre o quattro nomi da far entrare nel circuito, lui spiega con quali criteri si qualifica una realtà per il network. Due liste, due direzioni, nessuno che aspetta l’altro.
Alla fine, cinque stelle da entrambe le parti. Ed è così che questo pomeriggio piemontese è finito nell’ottantasei per cento da cui eravamo partiti: non una statistica, ma due persone che se ne vanno ciascuna con qualcosa di preciso da portare all’altra.



